Altre voci, altre stanze | 2004

12/03/2004 •

 

Dopo le mostre di Massimo Bartolini, Atelier van Lieshout, Vedovamazzei, Daniele Puppi, Jonas Dahlberg, la personale di Alberto Garutti prosegue il programma Altre voci, altre Stanze/Other voices, other rooms, a cura di Cloe Piccoli per il Magazzino d’Arte Moderna.

Altre voci, altre Stanze/Other voices, other rooms considera l’interesse di molti artisti contemporanei per gli ambienti. Spazi astratti o praticabili, vere e proprie architetture o simulazioni virtuali, progetti in miniatura o interventi in autentici edifici, opere pubbliche e site specific works. Negli ultimi anni l’attenzione di alcuni artisti si è concentrata sullo spazio, sugli aspetti relazionali legati a diversi concetti di luogo e di ambiente, alle implicazioni dell’arte con architettura e urbanistica.
I lavori presentati al Magazzino d’Arte Moderna, e, sempre, appositamente ideati e realizzati per Altre voci, altre Stanze/Other voices, other rooms, (dal titolo del libro di Truman Capote), si inseriscono in un contesto di ricerca condiviso da artisti, architetti, e urbanisti, che stanno ridefinendo i termini dello spazio e i confini delle discipline.
Oggi diversi versanti dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica si intersecano in percorsi che disegnano luoghi dell’esperienza definendoli in maniera precisa, e distinguendoli rispetto a territori e paesaggi omologati che spesso costellano i nostri spazi vitali.

Punto di partenza di queste considerazioni il concetto di città diffusa, (Generic City), di Rem Koolhaas delineato in S,M,L,XL, e sviluppato negli studi successivi di Koolhaas con l’ OMA (office for Metropolitan Architecture).
Generic City, è “un luogo liberato dalla prigionia del centro e dalla tirannia dell’identità… una città senza storia…abbastanza grande per tutti…ugualmente eccitante o noiosa, indistintamente in ogni punto…superficiale come uno studio di Hollywood, che può produrre una nuova identità ogni lunedÏ mattina”.
Alcuni degli artisti presentati in questo programma di mostre si sono relazionati in maniera diretta alla realtà urbana e architettonica, (Atelier van Lieshout, Alberto Garutti), altri invece riflettono sullo spazio come luogo dell’esperienza individuale (Massimo Bartolini, Vedovamazzei, Daniele Puppi, Jonas Dahlberg). In ognuno di questi due approcci, lo spazio diventa uno strumento d’indagine e d’esperienza del reale, in cui pubblico e privato si intersecano, personale e collettivo sconfinano l’uno nell’altro.

La mostra di Alberto Garutti, fra i primi artisti a realizzare in Italia, fin dall’inizio degli anni Ottanta, progetti d’arte pubblica, sposta una precisa attitudine artistica dal contesto pubblico alla galleria.
In questo progetto realizzato per il Magazzino d’Arte Moderna, infatti Garutti impiega la medesima attitudine, la stessa attenzione al contesto sociale, urbanistico, architettonico e individuale, che ha sempre connotato i sui lavori d’arte pubblica.
“La realizzazione di un’opera destinata allo spazio pubblico”, scrive, “impone un atteggiamento di ascolto dei luoghi, del tessuto urbano preesistente, e della sensibilità dei cittadini che vi abitano. Mi piace pensare d’intervenire dentro la città sapendo rinunciare a qualunque tipo di ostentazione, assumendo cosÏ la responsabilità etica di un approccio metodologico che assecondi le esigenze della committenza: gli abitanti sono i destinatari dell’opera, e in un certo senso anche i committenti”.
Ed è questa stessa via che l’artista segue anche per la mostra di Altre voci, altre Stanze/Other voices, other rooms. L’intero progetto nasce dalla vocazione, come dice l’artista, “ad essere al servizio di…”, aderendo cosi alla realtà della vita, traendo spunto dalle suggestioni storiche, dalle tracce del presente, dall’architettura del luogo, dall’umanità che connota e dal contatto con gli abitanti che vi risiedono.
Il progetto ruota infatti intorno al Palazzo di via dei Prefetti 17, sede della galleria, nel centro storico della città, dove l’acqua che da anni non sgorga pi_ dall’antica fontana nel cortile, in cui la leggenda narra si abbeverasse la lupa della mitologia classica, torna a zampillare nella corte.
La mostra nasce da qui. Ha un carattere pubblico perchè è un “dono” che l’artista fa a coloro che abitano nel palazzo per poi svilupparsi anche nello spazio della galleria con installazioni, sculture, disegni e oggetti.
Il senso poetico della mostra nasce dall’attenzione a un semplice elemento quotidiano come l’acqua, simbolico e vitale, che disegna un’umanità, e racconta, azionato dalla prassi artistica, un sistema di relazioni, con un approccio sentimentale e critico insieme.

Alberto Garutti