Altre voci, altre stanze | 2002

08/03/2002 • 10/04/2002

 

Con la personale di Massimo Bartolini il Magazzino d’Arte Moderna da inizio a un programma di mostre intitolato Altre voci, altre Stanze/Other voices, other rooms, a cura di Cloe Piccoli,   che considera l’interesse di molti artisti contemporanei per gli ambienti. Spazi astratti o praticabili, vere e proprie architetture,  o simulazioni virtuali, progetti in miniatura,  o interventi in autentici edifici, negli ultimi anni molti artisti  hanno scelto di lavorare sugli spazi. Così hanno costruito stanze, case,  studi, studioli, barche, quartieri, intere città, con l’intenzione umanistica, di rimettere l’uomo al centro dell’universo, con l’idea di creare spazi come luoghi dell’esperienza il cui carattere preciso e peculiare stimola la mente e i sensi e va a toccare l’emotività più profonda.
Proprio mentre l’evoluzione urbanistica  si sta sviluppando secondo il modello della città diffusa, (Generic City), come l’ha definita l’architetto olandese  Rem Koolhaas nel suo libro S,M,L,XL, ovvero in giganteschi agglomerati urbani, privi di storia e di radici, caratterizzati da identità  variabili e in continua trasformazione, gli artisti inventano e costruiscono spazi in cui riconoscersi, dall’identità precisa, definita, inconfondibile.
Se la Generic City, questo complesso e inafferrabile fenomeno contemporaneo è “un luogo liberato dalla prigionia del centro e dalla tirannia dell’identità … una città senza storia …  abbastanza grande per tutti … ugualmente eccitante o noiosa, indistintamente in ogni punto …  superficiale come uno studio di Hollywood, che può produrre una nuova identità ogni lunedì mattina”, gli artisti creano  invece ambientii  personali e paradossali, dove nulla è scontato o casuale,  ma in cui ogni elemento interagisce con il fruitore.
Fra gli artisti più interessanti che negli ultimi anni hanno lavorato sull’ambiente, Masimo Bartolini ha progettato e costruito appositamente per gli spazi del Magazzino d’Arte Moderna un’ importante installazione ambientale: Tamburo. Si tratta di uno spazio praticabile. Una stanza isolata, sospesa, eterea in cui i visitatori entrano uno alla volta.

Tamburo, l’ultima stanza costruita da Massimo Bartolini è pausa, situazione sospesa, spazio avvolgente, ambiente dell’esperienza. Chi entra scivola con il suolo al livello che corrisponde al suo peso. Non c’è nulla da guardare. L’esperienza è percettiva. L’inclinazione del pavimento è minima, eppure questo spostamento, crea una sospensione di un attimo, quanto basta per  catapultare il visitatore in un’altra dimensione. Sorpreso, isolato dal resto del mondo, chi attraversa questo spazio percepisce il suo peso,  la fisicità,  il corpo che qui si ricongiunge con la mente. Ogni elemento dell’architettura, le porte, il pavimento, i muri, il soffitto diventa parte imprescindibile dell’esperienza. Lo spazio non è più una dimensione ‘esterna’ …”

La mostra è un percorso che conduce il visitatore in un viaggio fisico e mentale che attraversa elementi minimi e massimi sistemi alla ricerca di un’ideale unità. Così Down, la videoproiezione  ridisegna completamente uno degli spazi della galleria introducendo il pubblico in un altro ambiente dove lo sguardo segue una traiettoria netta e precisa dallo zenit del sole alla punta dei  piedi.
Il viaggio continua passando per l’antico tema della relazione fra natura e architettura, nella grande immagine fotografica Cèzanne’s leaves.