Happy ending | 2007

09/02/2007 • 31/03/2007

 

Nelle sue opere più recenti Domenico Mangano si allontana dalla rappresentazione della quotidianità, in special modo della sua nativa Palermo, per entrare in un mondo più sinistro, colmo di animali morti ai lati delle strade, motociclette abbandonate, e strani nidi di terra e argilla. La sua nuova serie fotografica intitolata ‘Happy Ending’ è infatti una contraddizione in termini; seppur non gioioso, l’idea di finale – concluse risoluzioni di morte e decadi-mento – sembra piuttosto appropriata. Le immagini tuttavia non sono prive di un macabro umorismo. La su di una lastra di pietra è al contempo tenero e conturbante, mentre il volto di History of the Mask è disarmante nella sua ingenuità, non dissimile dall’ indefinibile brutalità presente nel lavoro di fotografi come Roger Ballen e Gerald Slota – due artisti che incorporano aspetti del mondo infantile alle loro composizioni. Unendo il tenero col crudele – un groviglio di radici nella smagliante luce mediterranea, gabbie lasciate vuote e sporche – Mangano evoca umori discordanti che simultaneamente attraggono e respingono colui che guarda.

Similmente, la sua recente incursione nella pittura è al contempo esilarante e ponderata. Un astronauta in un paesaggio lunare completo di tende d’indiani d’America, un cammello che passeggia lungo la Main Street – esplorano la tematica americana con un risvolto ironico. La scena di strada è resa con tinte esagerate, trasfor-mando un dipinto di Edward Hopper in un  fondale per cartoni animati di Hanna-Barbera. Anche in Moon Landings la conquista del Nord America e la dislocazione delle popolazioni native è messa in relazione con le esplorazioni dell’Apollo sulla luna. Anzichè esaminare rocce lunari l’astronauta si imbatte in un teschio che ricorda quello in un quadro di Georgia O’Keeffe. I lavori sono comici ma anche sarcastici, è come se Mangano mordesse la mano che lo nutre, ma lo facesse col sorriso sulle labbra.

Nonostante sembri essersi orientato verso un certo cinismo, Mangano mantiene una delicatezza e un lirismo che contraddistingue tutti i suoi lavori video. Forte della capacità dei suoi soggetti di sedurre il pubblico senza l’impiego di effetti accattivanti, l’artista rifugge uno stile da video-clip. Attinge ad una cultura pop differente, dai film noir degli anni 30 e 40 del regista Edgar Ulmer ad altri autori contemporanei come David Lynch. Il video Dark Messages comincia con delle immagini in un porto vuoto e delle gru per sollevare container (che appaiono già in lavori precedenti), poi dal crepuscolo si passa alla notte, presentandoci un gruppo di uomini che abbandonano un autoveicolo per salire tutti su di un altro e partire con fare cospirativo.
Privato di trama e senso narrativo, il lavoro è emblematico della vita urbana:  incidenti e infortuni senza causa apparente, ansietà non esplicitate, finali senza conclusioni.

Segreti e paranoia sono al centro di The Pine Float. Un video il cui soggetto principale è il padre dell’artista, il quale misteriosamente riesuma da sotto terra il teschio di un bue e vaga in una piantagione di kaki, non riguarda i legami familiari, ma piuttosto la distanza che separa un individuo da un altro, che separa l’artista dal suo soggetto, un figlio dal proprio padre. L’oggetto talismanico che estrae dal suolo e che porta con sé, unitamente alle riprese disorientanti in mezzo ai rami spogli producono un senso di smarrimento. Per il poeta e autore Federico Garcia Lorca il corno di un animale, specialmente quello di un toro, è un simbolo di virilità. Situando il suo proprio padre all’interno di tale contesto, Mangano invita ad una lettura psicoanalitica, generando una rivalità paterna all’interno della sequenza.

Le fotografie, i quadri, e le opere in video messe insieme potrebbero apparire inizialmente come una combinazio-ne disparata, ma in realtà ci rivelano un allargato campo d’azione e la portata della visione artistica di Mangano. Una visione che tratta il locale come il globale, rivelandoci il mondo in tutta la sua comicità e il suo terrore. Citando William Butler Keats: è nata una terribile bellezza.

-Christopher Y. Lew