Insha Allah | 2011

07/10/2011 • 06/11/2011

 

In Between
Rusen Aktas

C’è una piazza nel quartiere Fatih di Istanbul chiamata Kadinlar Pazari che letteralmente significa “Bazar delle donne”. Non avevo sentito parlare di questo luogo fin quando un amico mi ci ha portato di recente. Costui è nato e cresciuto nella ‘vecchia’ Istanbul, circondata dalle antiche mura della città. Le porzioni di mura che sono ancora in piedi sono state costruite da Teodosio II nel V secolo. Istanbul è stata una città racchiusa tra queste mura, pressappoco fino all’Ottocento. Da lì la città ha iniziato a crescere verso Galata e distretti Beyoglu dall’altra parte del Corno d’Oro; questi nuovi insediamenti sono stati costruiti nella moda con i nuovi stili moderni e in gran parte hanno ospitato i greci, le comunità armena ed ebraica così come gli europei che vivono o viaggiano a Istanbul. Ancora oggi si può percepire il divario tra la ‘vecchia’ e la ‘nuova’ Istanbul in molti modi.

Tornando al Pazari Kadinlar, ho chiesto al mio amico se questo fosse il luogo usato per il commercio delle schiave, e da questo avesse preso il nome. Il mio amico ha protestato, affermando che doveva essere stato un mercato designato per le donne, che avrebbero potuto frequentare dove avrebbero potuto commerciare liberamente. Non riuscivamo a trovarci d’accordo. Ho fatto qualche ricerca ma non ho trovato molto sulla storia del luogo. Per me era ovvio che fosse un mercato dove le donne venivano comprate e vendute, dopotutto i nostri antenati svolgevano normalmente questo tipo di attività: questo risultava essere per lui un pensiero scomodo, così abbiamo lasciato aperta ed irrisolta la questione.

Il passato non è sempre un luogo facile in cui tornare; non a Istanbul, e neanche a Roma. Tuttavia quel passato stesso divide queste città e ciò che rappresentano. Per quelli che vivono ad occidente di Istanbul, questa è l’oriente. Lei rappresenta tutto ciò che si suppone essere ‘orientale’. Come possiamo decodificare il significato del ‘orientale’? Una possibilità è quella di leggerlo attraverso ‘Orientalismo’ di Edward Said, libro che è stato lo studio più autorevole sull’argomento. In un passaggio, Said scrive:

La mia tesi è che l’orientalismo sia fondamentalmente una dottrina politica, imposta all’Oriente a causa della minor forza di quest’ultimo, e che dell’Oriente ha cancellato ciò che era irriducibile a quella minor forza. […] Come apparato culturale l’orientalismo è caratterizzato da uno spirito attivo ed aggressivo, portato alla valutazione critica e alla ricerca di informazioni e ‘verità’.

Said è stato il primo orientalista a cercare di decifrare il significato di oriente per la mente occidentale. Da allora molti scrittori, accademici e intellettuali ne hanno seguito l’esempio. Rileggendo i testi dei viaggiatori occidentali del Settecento e dell’Ottocento la città è dipinta come un luogo esotico ed onirico dove è difficile distinguere tra il fatto e la finzione. Soprattutto i francesi avevano un particolare interesse per l’Oriente, e furono molti i volumi pubblicati col titolo ‘Voyage en Orient’ compreso quello di Gustave Flaubert, senz’altro il più celebre.

Alcuni di questi scrittori hanno affermato di aver avuto accesso alla zona privata della casa ottomana, chiamata haremlik. Alcuni hanno scritto che le donne erano tenute in gabbie. Sono varie le descrizioni della vita quotidiana del palazzo ottomano. È giusto dire che nel XIX secolo ci fu una mania per l’orientalismo, e questa mania colpì anche la sua rappresentazione pittorica. I pittori, infatti, non si distinguevano, raffigurando l’oriente come un luogo di sogno, pieno di uomini esotici ma in qualche modo pericoloso per le donne.mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm
Dopo la Grande Guerra e la costruzione degli stati-nazione in Medio Oriente, sotto l’ombra delle grandi potenze occidentali, la storia è stata riscritta. Indipendentemente dal regime in cui erano governate, o dalle grandi potenze a cui hanno obbedito, la maggior parte dei nuovi stati ha maturato una volontà di modernizzazione, che in concreto significava occidentalizzare. Come è possibile quindi rompere le barriere della mente occidentale, il cui sguardo ha considerato l’oriente come l’esotico altro per così tanto tempo? Ancora oggi, lo spazio mentale ed emotivo che separa queste due culture apparentemente molto diverse, è a volte colossale.

Noi orientali spendiamo una quantità enorme di tempo a cercare di spiegare noi stessi alle nostre controparti occidentali. Percorrere la stessa strada insieme ad ogni occidentale che si incontra non è un compito facile: convincerli che gli ottomani non hanno mantenuto le loro donne in gabbia, spiegare che questa non era una terra da sogno straniero come era stato descritto, ma il cuore delle imprese europee e del commercio, una città pulsante di persone provenienti da tutte le religioni origini e nazionalità… e le barriere della mente occidentale hanno a volte reso difficile, per gli orientali, il venire a patti con i soggetti scomodi del proprio passato, ad esempio riconoscendo il fatto che i nostri antenati non abbiano mantenuto le loro donne in gabbia, piuttosto i loro figli.

La metafora della gabbia dorata era una realtà del Palazzo Ottomano del XVII secolo. I Sehzades – principi – che non erano scelti per essere gli eredi alla corona, erano tenuti chiusi in gabbie in modo che non gli sarebbe venuto in mente di rivendicare il trono per se stessi. O la questione della schiavitù… che non è ancora un argomento di cui riusciamo a parlare facilmente.

Come si può superare questo problema? Siamo davvero così diversi? Lo eravamo affatto, in passato? Queste domande possono essere poste a prescindere dal dover poi trovare risposte immediate. Per colmare il gap intellettuale ed emozionale tra l’est e l’ovest, abbiamo bisogno di conversare.
Gianluca Malgeri è un artista che contribuisce a questa conversazione avvicinandosi all’est senza assumere l’approccio dei suoi antenati. Ha fatto il viaggio verso Amman via Istanbul, venendo da Firenze, Roma, Berlino e molte altre città, ma lo ha fatto con una mente aperta. Sembra che questo viaggio, intellettualmente ed emotivamente, continuerà produrre e mantenere un corpo di lavoro al di là di quello visibile in questa mostra. Ed esporre questo capitolo del viaggio qui a Roma è significativo, anche considerando che uno dei nomi che Istanbul ha avuto nel corso della storia è stato, dopotutto, la Roma d’oriente.