Testimone di fatti ordinari | 2011

08/06/2011 • 15/09/2011

 

Ho deciso di scrivere in prima persona, senza delegare ad altri questo compito. Non intendo giustificare alcuna delle opere, per il motivo semplice che qualsiasi spiegazione potrebbe limitarne le potenzialità. È sempre difficile parlare del lavoro, probabilmente – credo – perché composto di immagini, le quali, per loro natura, sono difficili da comunicare. Viene tutto dal mondo, ma non in quanto avvenimento esterno. Sono come dei “presagi” che possono solo essere accennati; andare a fondo sarebbe troppo difficile e anche inutile. Una precisazione necessaria riguarda la performance eseguita in relazione ad un’opera in mostra, che vede la presenza esclusiva, tra gli esecutori, di persone a me vicine, sempre presenti durante il mio lavoro. Sono i miei giganti. Ho chiesto loro di fare uno sforzo inutile, dispersivo e certamente fallimen- tare. Io percepisco quest’azione come un sacrificio. Un sacrificio è, nel senso etimologico del termine, la produzione di cose sacre; al contempo, secondo George Bataille, è una sorta di consumo violento, dispersivo. Credo che la mia idea si posizioni tra queste due definizioni. Nel mio lavoro sono alla ricerca continua di nuovi archetipi, che è, di per sé, una contraddizione in termini. L’archetipo, per sua definizione, è qualcosa di preesistente nella coscienza di ognuno, oltre la conoscenza diretta che si possiede di una cosa specifica. Un archetipo, insomma, non può essere inventato, tutt’al più può essere scoperto. Non ho mai provato a inventare nulla, se non quello che esiste: mi viene in mente una frase di Walter Benjamin, “tutto ciò che è stato fatto dagli uomini ha sempre potuto essere rifatto dagli uomini”. Qualcosa inizia a esistere nel momento stesso in cui è concepito, al di là della sua materialità e delle sue motivazioni. Sempre Benjamin: “la produzione artistica comincia con figurazioni che sono al servizio del culto. Di queste figurazioni si può ammettere che il fatto che esistano è più importante del fatto che vengano viste.” Sono sempre stato attratto dal limite, da quel punto oltre il quale resta solo l’incertezza. Le immagini che scelgo contengono questo principio. Ognuna delle immagini presenti in questa mostra viene dal mio archivio: alcune sono realizzate da me, altre trovate. Tutte hanno la caratteristica di contenere azioni indefinite, non collocabili in una precisa sfera temporale.

Alessandro Piangiamore