Entanglements

14/12/2019 • 31/01/2020

 

Magazzino è lieta di inaugurare Entanglements, la nuova mostra personale di Fiamma Montezemolo a cura di Matteo Lucchetti. La mostra aprirà al pubblico sabato 14 dicembre 2019 e resterà visibile fino al 31 gennaio 2020.

 

La parola entanglements, mutuata dall’inglese per mancanza di un equivalente efficace in lingua italiana, esprime il senso di un aggrovigliamento di temi, concetti e punti di vista che bene rappresenta la complessità contemporanea e la conseguente difficoltà di districarsi in grandi narrazioni collettive. I nodi che si creano all’incontro di stratificazioni storiche, politiche e antropologiche sono al centro del lavoro di Fiamma Montezemolo, che utilizza le proprie installazioni come spazi di riorganizzazione del senso che associamo alle immagini, dipanando le costruzioni culturali che le accompagnano e rivelando l’interdipendenza dei contesti dai quali provengono. All’interno della nuova personale presso Magazzino, l’artista presenta una nuova produzione accompagnata da altri due lavori recenti, volti a prendere posizione rispetto alla brutale polarizzazione del dibattito pubblico attorno a temi quali la migrazione, l’identificazione e la reclusione delle supposte alterità.

La nuova installazione Il Serpente (2019) prende corpo da una visita dell’artista al museo torinese dedicato alla problematica figura di Cesare Lombroso, criminologo ottocentesco ante litteram che basò i propri studi su fisiognomica e frenologia, condannando centinaia di persone alla galera o alla morte per la loro supposta predisposizione genetica al crimine. Figlio di un’epoca positivista dove la classificazione diventa metodo pseudo scientifico di oppressione delle masse che vivevano in povertà, Lombroso nel 1876 pubblica L’uomo delinquente nel quale prende in esame il ruolo dei tatuaggi come segni identificativi dell’atavismo di certi soggetti. Classificherà dati su oltre diecimila persone paragonandole a “selvaggi e primitivi”, gettando così le basi per un’associazione arbitraria dura a morire e rintracciabile ancora oggi negli urfascismi attuali. Analizza, inoltre, anche il simbolismo che si nasconde dietro alcuni disegni più frequenti di altri, come il serpente, emblema del legame del soggetto “con la Questura dai cui lacci non può sciogliersi”. Montezemolo fa cortocircuitare l’idea coloniale primitivista europea recuperando dalla tradizione messicana la figura di Quetzalcoatl, il dio serpente piumato. Nell’animazione video, si vede liberarsi il rettile aggrovigliato nel corpo tatuato di un carcerato lombrosiano e trasformarsi nella divinità mesoamericana del vento, protettrice della conoscenza e delle arti. Tutt’attorno una serie di teschi di barro negro di Oaxaca illuminano la stanza rendendo omaggio — attraverso una ritualità cara all’artista dopo anni di lavoro sul territorio messicano come antropologa — alle incalcolabili vittime dei suprematismi occidentali.

Anche le altre due installazioni ruotano attorno al rovesciamento artistico dei dispositivi presi in analisi dall’artista, la quale procede a ricostruire scenari emancipativi attraverso la trasformazione artistica dei significanti e dei contenuti in oggetto. In Progetto Perucatti (2018) il punto di partenza è il celebre carcere borbonico sull’isola di Santo Stefano, tra le prime architetture ispirate al panopticon di Jeremy Bentham, dove una sola torretta di guardia permetteva di controllare contemporaneamente tutte le celle disposte a cerchio intorno, ed impedire ai sorvegliati di percepire lo sguardo dei sorveglianti. Questa macchina di controllo biopolitico è riprodotta in scala da Montezemolo – in collaborazione con l’architetto José Parral – inserendo, all’interno della torretta centrale, uno schermo che riproduce immagini derivanti dai desideri quotidiani descritti nelle lettere dei prigionieri nei due secoli di esistenza del carcere. I diari e le lettere utilizzati dall’artista appartengono soprattutto ai dissidenti politici (come Sandro Pertini o Luigi Settembrini), imprigionati soprattutto durante il fascismo, i quali scrivono di cieli e paesaggi aperti, del gioco dei bambini e di altre evocazioni che sostituiscono lo sguardo del controllo con la proiezione dei desideri dei reclusi. Il titolo, fa inoltre riferimento a Eugenio Perucatti, uno degli ultimi direttori del carcere (dal 1952 fino al 1960, con la chiusura avvenuta nel 1964), il quale si batterà per l’abolizione dell’ergastolo e per la trasformazione dell’esperienza carceraria da punitiva a riabilitativa.

Infine l’ultima installazione Green White Red (Mediterranean Blue) (2018) stabilisce la relazione più diretta con la contemporaneità, affrontando il tema dell’identità nazionale e invertendo le ipotesi sovraniste di esclusività dei diritti di cittadinanza. Il bianco della bandiera italiana viene utilizzato come una tela di proiezione sulla quale appare uno scorcio di Mediterraneo in movimento: l’inserimento dello spazio marittimo suggerisce la necessità di accoglienza e inclusione verso i migranti che attraversano i confini liquidi e permeabili del mare. L’artista formula qui una nuova ipotesi identitaria italiana utilizzando i codici della pittura internazionale del Novecento, tra informale e minimalismo. Anche il rosso ed il verde sono infatti tele monocrome che alludono a figure quali Lucio Fontana, Ellsworth Kelly (Red Yellow Blue II del 1965 è la citazione più diretta), o Frank Stella, sottolineando come la condizione migratoria sia un elemento fondante e necessario a tutta la produzione visiva nel secolo scorso.

Sviluppati i sistemi eversivi che permettono a Montezemolo di svolgere la complessità, restituendo nuove visioni e associazioni, si apre la strada ad una lettura trasversale che collega idealmente i tre lavori. I dispositivi di potere che schedano, imprigionano ed escludono i corpi più precari si riproducono nel corso della storia con strategie simili e sviluppando degli intrecci di senso che sopravvivono alla fine delle istituzioni che li hanno prodotti. Il lavoro di Fiamma Montezemolo si riappropria di quelle eredità per disinnescarne la tossicità e liberare l’immaginario dalla loro influenza.

Fiamma Montezemolo è nata a Roma nel 1971, vive e lavora a San Francisco. È artista (MFA, San Francisco Art Institute) e antropologa culturale (Dottorato, Università l’Orientale di Napoli). Insegna nel dipartimento di cinema e studi digitali dell’Università della California, Davis. Ha esposto il proprio lavoro presso numerose istituzioni tra cui: Laboratorio Arte Alameda, Mexico City (2019), Herbert Johnson Museum of Art, Cornell University (2019), Munich Jewish Museum, Germany (2019), La Galleria Nazionale, Roma (2019), Headlands Center for the Arts, California (2018), ASU Art Museum, Arizona (2019), Kadist Art Foundation, San Francisco (2016), Armory Center for the Arts, Los Angeles (2014)