Mircea Cantor | 2007

14/12/2007 • 31/01/2008

 

Il Magazzino d’Arte Moderna è lieto di annunciare la prima mostra personale di Mircea Cantor a Roma. L’artista rumeno presenta in questa occasione 5 lavori, di cui 3 inediti. Nella prima stanza si trova Nido, un tavolo da ping-pong (elemento già utilizzato in un suo lavoro video del 2002, Ping Pang Pong) la cui rete posizionata al centro in modo da formare un cerchio, racchiude un cumulo di uova. Per terra accanto al tavolo innumerevoli gusci d’uovo rotti. Come in una comunità chiusa, un ghetto, c’e’ chi è al di fuori, non appartiene, e chi è dentro, nella protezione della rete. La vulnerabilità di simili dinamiche di appartenenza è evocata dal parallelo con la fragilità della materia organica. Il nido è conforto, difesa, ma al contempo si trasforma in limitazione, delimitazione dei confini e delle prospettive, sintomo di fragilità.
Itching Pocket (tasca che punge), installato nello spazio più ampio della galleria è un paio di pantaloni, volutamente griffati Armani, appesi ad un filo tirato orizzontalmente tra le due pareti della stanza. Simbolo di uno stereotipo nazionale legato al lusso, ma dalle cui tasche fuoriescono ampi ciuffi di ortiche.
AD LITERAM è una serie di 4 fotografie che ritraggono altrettanti passaporti rumeni. Tra le pagine di ciascun passaporto, in ogni foto, l’artista inserisce un elemento diverso – una serie di banconote da € 100; dei coltelli; una fetta di pane; dei chicchi di riso. Anche qui troviamo un’idea di cliché, identitario, nazionale. Potremmo riconoscere tutti i simboli che  la Romania esporta nei paesi più toccati dall’immigrazione, oppure riconoscerli come gli elementi necessari per la sopravvivenza – il sostentamento, la moneta unica, ma anche l’arma primitiva – il sogno dell’emigrazione che si trasforma in un incubo.

Cielo Variabile – un’espressione generica, non descrittiva, scritta sul soffitto dellagalleria con il fumo di una candela accesa. Prodotta da un mezzo altrettanto transitorio e immateriale quanto lo è il significato delle stesse parole.
In uno spazio separato troviamo Chaplet (ghirlanda), un filo spinato lungo i tre lati della stanza, disegnato con le impronte digitali dell’artista. Un monito il cui fulcro è la tensione tra un’ imposizione, una forzata delimitazione, e l’asserzione di un’ individualità specifica. La virtuale recinzione come metafora di un potente omologatore – qui rifiutato dal gesto che tenacemente si oppone alla cancellazione dell’individualità.

L’opera dell’artista esplora il politico, i complessi sistemi gerarchici che strutturano il potere, così come la natura, le relazioni tra gli uomini, le comunità, la storia, attraverso un estetica discreta, – ma al tempo stesso evoca una poetica intimamente legata al personale, ai propri luoghi, alla propria biografia. Il suo lavoro mette in atto una sorta di resistenza al determinismo della globalizzazione. A questo proposito Cantor afferma “Non posso andare a pisciare senza pensare alla globalizzazione, l’orinatoio viene dalla Cina, il sapone da Marsiglia, l’acqua da Parigi…Come reazione io provo ad essere il più ‘regionalista’ possibile: Intendo dire un parlare intimo, sincero, dal più profondo della mia ‘regione’. Per farsi capire oggi giorno, l’essenziale non è parlare una lingua globale, ma parlare una lingua universale, che è il contrario di globale. L’universale è ciò che è annientato dalla globalizzazione”.