Tribute to Hieronymus Bosch in Congo | 2011

10/11/2011 • 15/01/2012

 

Magazzino è lieta di annunciare Tribute to Hieronymus Bosch in Congo, terza mostra personale di Jan Fabre in galleria: l’artista presenta per questa occasione sette nuovi lavori dal grande impatto visivo.

Jan Fabre definisce se stesso come un guerriero della bellezza, un cavaliere della disperazione. Artista visuale ma anche autore e performer teatrale, ha costruito un rilevante corpus di opere internazionalmente riconosciuto.

La sua ricerca coinvolge quindi il suo stesso corpo, la storia e le dinamiche sociali, trovando risposte in differenti forme espressive.

In questa serie di nuove opere, indaga i rapporti tra la storia del suo paese, il Belgio, la sua presenza nella colonia del Congo e l’iconografia del maestro fiammingo Hieronymus Bosch. Il visionario Bosch, i suoi mostri e le sue fantasie incontrano l’immaginario e simboli della storia del Congo, una storia di conquiste e fallimenti del Belgio durante il secolo scorso

Prima che il Congo diventasse un possedimento coloniale dello stato belga, poteva essere meglio descritto come un ricco e incontaminato giardino privato del sovrano belga Leopoldo II. Alla fine del 19° secolo, lo stesso Leopoldo decise di istituire il Museo dell’Africa Centrale, appena fuori Bruxelles. Questo ‘Petit Palais’ belga era un deposito per i reperti coloniali del Re, piuttosto che un museo.

Il cuore nero, d’oro, dell’Africa è una pagina oscura nella storia nazionale e coloniale del Belgio. La ricchezza geologica e culturale di questo paese è stata per decenni il ‘locus delicti’ di atti disumani e patriarcali, le cui conseguenze sono ancora visibili oggi nell’Africa centrale. (Philippe Van Cauteren, “Cuore di tenebra, lettera a Jan Fabre”).

Il lavoro di Fabre è come uno scheletro a cui è stata aggiunta una membrana di luce. I carapaci dei coleotteri, che assorbono la luce solo per emetterla nuovamente, con una miriade di sfaccettature verdi, blu o arancio, a seconda della direzione della luce stessa e della prospettiva dello spettatore, assomigliano alle tessere di un mosaico tardo classico, alla potenza del loro colore limpido, eterno. (Jan Hoet, “Una membrana di luce”)

Questa nuova installazione narra della vita umana e della metamorfosi, sia naturale che artificiale. Il concetto di metamorfosi è interpretato dall’artista in molti modi e simboleggia sempre il desiderio continuo di Jan Fabre di creare una fusione tra corpo e mente, animale e umano, vita e morte.